I cambiamenti climatici e il cibo. Cambieranno anche le nostre abitudini alimentari?

È ormai più che evidente, i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale sono una realtà che non risparmia più nessun angolo del pianeta e la comunità scientifica è unanime nel riconoscerli. Caldo estremo oltre i 50 gradi perfino in Canada dove oltre a centinaia di persone sono morti letteralmente bolliti, milioni di organismi marini abituati a vivere in acque fredde. In questi giorni i salmoni dei fiumi statunitensi si stanno ammalando in gran numero a causa dell’eccessivo calore delle acque e probabilmente non riusciranno a riprodursi. Terribili alluvioni stanno devastando l’Europa insieme a ondate di calore e periodi di siccità, le precipitazioni sono diventate violentissime e concentrate in brevi periodi, gli eventi estremi come i tornado sono sempre più frequenti anche in Italia e i ghiacciai si stanno ovunque sciogliendo. L’ orgia consumistica proposta ogni giorno anche per il cibo dalla grande distribuzione, potrebbe in un sol colpo interrompersi, ma nessuno sembra esserne consapevole: mai come oggi c’è stata così tanta offerta di cibo di ogni tipo nella parte più ricca del mondo; ma mai come oggi questo effimero Bengodi è stato tanto a rischio.

Il cambiamento climatico sta stravolgendo gli ecosistemi di tutto il pianeta, e quelle che come il pesce selvaggio sono una fondamentale risorsa alimentare di tutto il genere umano, sono in grave flessione e addirittura a rischio di estinzione anche a causa di un prelievo sconsiderato. Non illudiamoci che gli allevamenti di pesce salveranno la situazione in quanto sono allevabili solo poche specie ittiche, tra l’altro in condizioni insostenibili, ma si sappia che i pesci di allevamento vengono nutriti con mangimi prodotti con i pesci selvatici.

Lo spopolamento delle acque va purtroppo di pari passo con l’impoverimento dei terreni coltivabili a causa di pratiche sbagliate, e i cambiamenti climatici stanno causando anche il cambiamento delle colture in determinate zone, oltre all’ inaridimento totale di altre, dove di conseguenza non si potrà coltivare più nulla. Si pensi ad esempio ai nostri pregiati vini le cui uve  devono venire vendemmiate sempre più in anticipo e che rischiano di perdere le loro caratteristiche che li contraddistinguono: se per i vini rossi l’aumento della percentuale alcolica dovuta a un aumento della percentuale di zuccheri può anche essere un vantaggio, per i bianchi spumantizzati può essere un dramma.

Non c’è solo l’incombere di una improvvisa catastrofe alimentare dietro l’angolo, ma anche lo stravolgimento di quelle produzioni enogastronomiche tipiche soprattutto del nostro Paese con una perdita economica di proporzioni incalcolabili. Se tutte le tipicità che con grande fatica hanno visto riconosciute con normative ad  hoc le loro caratteristiche peculiari legate a un territorio e ad un clima che le contraddistingue, cominciano a doversi adeguare a continui mutamenti proprio di quel clima e di quel territorio, come potranno ancora definirsi tali, e come potranno portare ancora i grandi introiti che hanno avuto finora?

Nonostante che i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale siano ormai un’evidenza per tutti, scienziati e non, nessuno si preoccupa veramente, e pensa che la produzione di cibo possa continuare indisturbata con le attuali modalità: come sempre non vediamo più in là del nostro piatto e del nostro bicchiere attualmente ancora pieni.

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