I legumi e l’Appennino, una vocazione reciproca

Cibo povero ma salutare, grande protagonista della tradizione di cucina mediterranea, il legume era consumato quasi quotidianamente fino a quando dopo gli anni cinquanta del secolo scorso, la crescente industrializzazione e il sempre più largo consumo di carne, ne hanno ridotto drasticamente l’utilizzo. Ceci, fagioli, piselli, lenticchie, fave ed anche la meno conosciuta cicerchia venivano ampiamente coltivati e costituivano una fonte di proteine eccellente.

Ceci lessati

I legumi infatti sono assai ricchi di proteine, ma non hanno tutti gli amminoacidi essenziali per il nostro organismo, tuttavia se consumati in abbinamento con dei cereali per esempio, in ragione della cosiddetta complementazione, si mettono insieme tutti gli amminoacidi di cui dispongono cereali e legumi, vale a dire tutti i mattoncini essenziali per formare proteine biologicamente complete. Un piatto di pasta e fagioli o di pasta e piselli, in una dieta varia improntata alla tradizione mediterranea può costituire un pasto completo di proteine, fibre, vitamine e sali minerali. I legumi sono altresì poco costosi e possono essere essiccati in modo da poterli conservare a lungo, per poi essere reidratati previo ammollo e consumati cotti.

Una zuppa di lenticchie

I legumi hanno trovato un loro terreno ideale nei campi, anche di zone impervie dell’Appennino. Si pensi alle lenticchie di Castelluccio di Norcia un prodotto IGP ( indicazione geografica protetta), che vengono coltivate ad un’altitudine superiore ai mille metri. Non hanno bisogno di concimi, ma anzi è caratteristica dei legumi avere all’interno dell’apparato radicale un batterio in grado di fissare l’azoto atmosferico per poi trasferirlo al terreno, rendendolo così fertile. L’ideale per terreni poveri di montagna, l’uovo di Colombo per di più se si vuole praticare l’agricoltura biologica. Oltre a questo, i legumi hanno bisogno di pochissima acqua, visto che se la procurano con le loro radici che vanno molto in profondità.

Piselli cotti al vapore

Molte aree dell’Appennino da nord a sud, potrebbero ospitare coltivazioni biologiche di legumi in un più vasto progetto di reintroduzione di questo tipo di cibo nella nostra alimentazione, la quale dovrebbe essere più varia e contemplare un minor consumo di carne e derivati, oltre a un maggior consumo di fibre vegetali. Allo stesso tempo si potrebbero privilegiare le nostre tradizionali produzioni di qualità, sia quelle legate al mondo vegetale che a quello animale, riducendo gli allevamenti e le colture intensivi.

Fagioli lessati pronti per essere conditi

Ne guadagnerebbe non solo la nostra salute, ma anche l’ambiente naturale; inoltre se si incentivasse l’agricoltura di montagna, si riporterebbero i contadini in zone ormai abbandonate, non solo ripopolandole, ma facendole difendere ad opera dei contadini stessi, da sempre guardiani del territorio, dal degrado idrogeologico e dall’incuria in cui versano da anni.

Invece, un po’ come negli Stati Uniti, si è scelto di coltivare sui comodi terreni della Pianura padana in maniera intensiva soia e a rotazione mais, soprattutto per andare ad alimentare gli animali da carne e da latte degli allevamenti intensivi. Scelte dettate anche dall’Unione Europea e dalla necessità di esportare e fare fronte alla concorrenza di altri Paesi, ma alla lunga una politica tanto dissennata sta portando a un sempre maggior inquinamento ambientale dovuto alle massicce deiezioni animali e all’impiego di pesticidi, oltre che a fare un utilizzo inefficiente di risorse che sono limitate. Produrre carne e’ più dispendioso che produrre proteine vegetali, per non parlare del cosiddetto benessere animale all’interno dei terribili allevamenti intensivi.

Liberiamo il più possibile gli animali terrestri dalle prigioni degli allevamenti intensivi, così come i pesci da allevamento, e allo stesso tempo liberiamo i campi dalle colture intensive a favore di animali che possono essere allevati all’aperto, più liberi di muoversi e non imbottiti di antibiotici; per fare ciò diamo invece maggiore spazio a colture sane che ci forniscano proteine vegetali da affiancare nella nostra dieta, a quelle animali. Non siamo d’altronde il Paese della dieta mediterranea, presa a modello come esempio di dieta salutare e di equilibrio alimentare in tutto il mondo, dieta dichiarata il 16 novembre del 2010 Patrimonio culturale dell’umanità?

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